ROMPERE LA CORNICE

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Una meditazione iconoclasta

Quando nel 1839 Louis Daguerre inventò il dagherrotipo1, molte persone delle campagne francesi pensavano che il dispositivo fosse magia o stregoneria.
Secondo Helmut Gernsheimci ci furono casi documentati di fotografi aggrediti o cacciati da villaggi rurali francesi e tedeschi.2
Anche tribù non occidentali come i Navajo e gli Apache credevano che l’immagine di una persona potesse imprigionare l’anima o spezzare il legame con il mondo spirituale. Fotografi come Edward S. Curtis riportarono difficoltà nel fotografare popolazioni native americane.
L’idea di una macchina in grado di “catturare” l’immagine di una persona è sempre stata associata alla sottrazione dell’anima o della vitalità. Nei miei muscoli e nelle mie ossa non ha mai smesso di ribollire quell’antico terrore rurale. Ho scansato e aggredito questi fuochi d’artificio ogni volta che ho potuto con una manciata di eccezioni che si contano sulle mie venti dita da primate. Dentro di me sapevo che qualcosa mi poteva essere rubato e naturalmente mi proteggevo. L’educastrazione addomesticante civilizzante deve colpire innanzitutto l’istinto noradrenadopaminico attacco-fuga e premiare l’effetto freezing: immobilizzarsi, silenziarsi, dissociarsi. L’invenzione della fotografia e la diffusione della tecnica fotografica inizia a erodere lentamente il nostro istinto animale di attacco e fuga di fronte a flash, scatto e cattura in favore di fermati, posa e sorridi. Su queste basi diventa possibile un’accettazione di massa della videosorveglianza di massa e una riorganizzazione burocratica dell’essere vivente attorno al testo e immagine: il documento d’identità.

Mi siedo per terra a gambe incrociate. Abbasso indice, medio e anulare. Premo il mignolo sulla narice sinistra, respiro dalla narice destra, tengo l’aria, la caccio dalla narice sinistra, il pollice preme sulla narice destra, aumento in modo innaturale la quantità di ossigeno che arriva al mio corpo e al mio cervello. Faccio questa nadi shodhana finché sento un senso di fresco e leggerezza che inizia nella testa. Devo lasciar scorrere tutte le impressioni che mi danno tre fotografie. Un bambino piccolo, capelli castani corti corti tutti drizzati, sopracciglia chiare, la bocca spalancata, una maglia rossa original marines. Non ricordo niente di quel giorno. Posso intuire dal mio aspetto che ho tre anni, non quattro perchè avevo già gli occhiali a quattro; che è stata scattata nella mia regione d’origine e non dove vivevo abitualmente perché questa foto si trova dove la maggior parte delle mie foto è stata scattata, si trova lì. Casa dei miei nonni era piena di foto di gente morta che non conoscevo. Foto in bianco e nero piene di sfocature e stranezze. Sembravano cadaveri veri e fantasmi veri. C’erano anche foto più moderne e icone religiose. Sembra che tutte le foto dei bambini a casa dei nonni entrino in un modo o nell’altro nell’iconosfera sacra domestica di angeli, madonne e santi. Ho la pelle chiarissima. Sembro anch’io un angioletto, un bambino mai nato, un bambino morto o un vampiretto. Mi è sempre piaciuta la mia pelle chiara. Odiavo l’abbronzatura. Sono un bel bambino. Anche se non pensavo sempre di esserlo. Ho sempre voluto i capelli lunghi. “Come papà” dicevo. Ma mi dicevano che “facevo schifo così”, urlavano, i parenti. Il giorno del taglio scappavo come un cane. Mi nascondevo. Mi facevo stringere dal mio papà per proteggermi. Lui era d’accordo con me ma non sapevo che anche lui era intrappolato in una bugia di matrimonio e di famiglia unita. Non aveva potere in quella casa né in quella regione che aveva lasciato a vent’anni per non tornare più. Come potevo avere potere io? Come potevo ottenere potere crescendo se era proprio questa fantomatica “crescita” a stringere sempre di più le mie catene? Alla fine mi prendevano. Mio zio mi accompagnava in bagno e tutti mi guardavano. Piangevo sotto la macchinetta accesa che tagliava tutto. La voce del clan che unanime si addolciva mi faceva venire i nervi. “Sei bellissimo”. Ma ora mi facevo schifo io. La seconda cornice è più grande. Io sono più grande. Il mio volto è cresciuto. Ho cinque anni. Mi ricordo dov’ero. In un altro paesino, a casa di un amico. Stavo giocando quando sento la voce di mia mamma chiamarmi. La macchina fotografica. D’istinto non lascio il gioco che tenevo in mano ma lo impugno verso il basso. Non mi dicono di lasciarlo. Tengo la bocca serrata e scattano. In un secondo il giallo sulla mia maglia diventa il giallo della cornice legnosa. Questa fotografia è il mio primo e unico ritratto. Sopravvive a ogni trasloco di famiglia. Un ritratto infestato. Più lo guardo e più non mi sembra vero. La foto diventa un disegno. Il disegno diventa un dipinto. Una tavolozza di colori dove adulti immergono le mani. Se il ritratto fosse un tarocco di marsiglia sarebbe un fante. Il gioco sarebbe un asso e si troverebbe nella regione dei bastoni. Il fante di bastoni. Se il fotoritratto potesse parlare? Cosa direbbe? Se potessi rompere la cornice e liberare questo essere dal limbo stregato in cui è fermo, bloccato?

Se tu sei il Figlio Di Dio, scendi dalla croce!3

Il versetto si strappa dal vangelo e si arrovella come una cartuccia di pistola nella mia bocca. Grido questo alla fotografia mentre stringo in mano un’arma invisibile. Medito sulla terribile consonanza tra cornice e croce. Sbianco gli occhi. Affanno.

Sparo.

Serve inquadrare i conflitti ottocenteschi con la fotografia in una cornice di conflitti già radicati con tecniche visuali più primitive, disegno-pittoriche e scultoree. Nel medioevo la creazione e la diffusione di immagini è controllata dalla chiesa ed è soprattutto pedagogica: le differenze tra fedeli analfabeti e fedeli alfabetizzati sono livellate dall’immagine religiosa. Ma l’uso delle immagini viene presto interrogato dal cuore stesso della cristianità: il primo comandamento. Le icone sono idoli? Il culto delle icone di Gesù, Maria ecc. è idolatria? Tra il 726 e l’843 d.c. queste domande erompono dall’interno della cristianità. Dal basso come dall’imperatore di turno, ora iconoclasta ora iconodula. Per gli iconoclasti le icone erano sempre idoli e chi le pregava un idolatra. Il monoteismo doveva richiamarsi a un rigido aniconismo simile a quello islamico. L’azione diretta di distruggere le icone era preferita alla disputa teologica. Alla fine l’iconoclastia verrà abolita e l’iconodulia giustificato dal dogma dell’incarnazione. Come la riflessione sull’uso delle immagini lascia i contorni della morale è possibile un’esplosione di discorsi e pratiche sull’immagine che spazia tra filosofia e retorica, arte e tecnologia, mnemotecnica e magia operativa.4

L’ultima foto si trova dopo il ritratto, sono ancora più grande ma la mia memoria inizia a imbrogliarsi. Sono un po’ stupida, forse solo confusa ma più mi allontano da quel momento passato e mi avvicino agli anni più recenti meno mi è possibile ricordare. Seguire il segmento biografico tracciato da questa foto e ritagliarlo dal resto che succedeva mi costringe a immettermi in un sentiero piovoso e nebbioso.

Un bambino in kimono con la cintura gialla in posizione di attacco. Lo sguardo fermo. Il pugno teso in avanti. Le gambe piegate una dietro e una davanti nel modo in cui è stato insegnato. La foto è stata scattata durante una gara, a giudicare dal giallo della cintura che sta per rango 0 o 1. Di anni quindi ne avevo sei o sette. Amavo il karate, odiavo le gare, amavo l’intimità che mi permetteva la mia piccola palestra, odiavo la spettacolarizzazione da palazzetto che mi sembrava proprio un tradimento di quell’intimità. Odiavo andare in ansia ad ogni gara, ansia di perdere o di vincere, per me non aveva nessuna importanza perché la lotta era interna. Mia madre e mio padre erano autisti. A loro non importava niente del karate, a me non importava che a loro importasse o meno. Invece lo spettacolo domestico delle vacanze che mi chiedevano di fare gli altri parenti era umiliante. Di far vedere le mosse di karate. Che vergogna. Madonna che vergogna. Io vi avrei pestati tutti come grani di sale. La vostra faccia quando mi prendevate in giro. Come dimenticarla. Quando mi prendevate in giro avevate sempre la stessa faccia. Facevate finta di interessarvi ma ridevate dietro la maschera. Io lo sapevo e divenni una persona gelosa di sè stessa e dei suoi interessi. Una persona piena di segreti come mia mamma che pure lei nel clan tira su la maschera. Il karate era una prescrizione pediatrica per la mia iperattività. So cosa sembra questa foto: la foto di un maschietto che fa cose da maschietti con altri maschietti. Il clan deve aver pensato che dare i calci a karate gonfiava un ego maschile e muscoli inesistenti. Lo sport poteva diminuire l’iperattività di interessi che mi rendeva strano e umiliabile ai miei coetanei? Ci avevate scommesso, anch’io ci avevo scommesso ma diventavo solo più strano. Ogni cosa che ho fatto mi ha reso solo più strano.

Mi sentivo come un supereroe sì ma non per i muscoli, io cambiavo identità. Era il mio piccolo segreto sebbene temporaneo. Io scappavo dai maschi, dai luoghi che occupavano i maschi, dagli interessi che occupavano i maschi. Nella palestra temporaneamente segreta potevo assumere un’altra identità. Almeno è così che inizio. Due volte a settimana potevo disertare il mio paese, la scuola elementare, i bulli, i miei interessi fantastici abituali e la noia. Mettevo il mio vestito lungo e largo, toglievo gli occhiali che puntualmente mi rompevano e rubavano, amavo mettere il kimono almeno quanto tirare pugni e calci, calpestavo l’unico spazio sessualmente misto del mio piccolo mondo, la mia voce alta si confondeva con le altre, esaurivo il mio fisico con pugni e calci. Le differenze di sesso muscolormonali erano minime prima della pubertà. Rifletto su questa karateka-forma che mi mette profondamente a disagio. Non trovo nulla in comune tra questa mia forma attuale e quella. Ho smesso di fare karate alle soglie della mia pubertà. Il mio corpo, la mia voce sono completamente cambiate. Anno per anno. Sono irriconoscibile. Non ricordo neanche una tecnica, non ricordo nemmeno i numeri giapponesi da uno a dieci. La mia memoria non mi appartiene. La testa dove si trovano questi ricordi non è la stessa dove si trovano questa settimana o la prossima. Ricordare dove è finita questa forma richiede un’esplorazione esteriore che mi terrorizza. Questa foto non è da nessuna parte, forse nemmeno nel digitale, le mie foto del karate non sono appese a nessun muro ma c’è un posto in cui la materia ha finora conservato questa forma come un talismano astrologico conserva intatto il suo spirito planetario.

Devo tornare a quando il karate l’ho lasciato. Perché l’ho lasciato. Perché perché era una vecchia forma che non permetteva più al nuovo di emergere e rinnovarsi, perché il mondo-karate e il mondo-normale hanno smesso subito di essere separati e allora anche le mie due identità hanno smesso di giocare separate, si erano ormai incrociate, un incrocio mostruoso con un nome proprio, diverso da tutti gli altri nomi con cui la mia forma è stata chiamata, un nome circoscritto al karate che però ben racchiude anche le mie stranezze di fuori e come la mia intelligenza veniva feticizzata nel recinto famigliare. Perché “faccio sempre così”: inizio qualcosa perché mi piace, acquisisco una forma, non mi piace più, mi stufo, perdo forma, perdo vita, continuo logorandomi mentre spio altre forme così-diverse dal buco della serratura, procrastino l’abbandono della forma vecchia come fosse una morte, mi viene una depressione tremenda, ho paura, aiuto, abbandono, non mi pento neanche per un secondo di questo abbandono, la forma nuova seppellisce senza pietà la vecchia e si gode il temporaneo splendore come mille soli incandescenti, il ciclo si ripete.

Si è sempre fatto così e anch’io faccio così, che c’è di strano?

Mi ricordo allora. Il duemiladodici. Si doveva finire il mondo. Avevo dieci anni. Non finisce il mondo. Mio nonno materno muore d’infarto a trecento chilometri di distanza e alle soglie della mia pubertà nell’estate del duemilatredici morirà anche il nonno paterno. Faccio ancora karate ma partecipo sempre meno. Chiedono il mio contributo alla degna sepoltura del papà di mia madre. Le mie coppe e le mie medaglie del karate. Ma certo. Gliele dò tutte. Che mi frega. Sono ancora lì. Non c’è un’immagine, mi vengono i brividi a pensare che una mia foto potrebbe essere già in un cimitero. C’è solo un nome su quelle medaglie. Un nome anagrafico che non serviva nemmeno in quelle gare e non serviva nella palestra dove il suo nome era “scienziato”. La forma. Un bambino ermafrodito con la bocca spalancata metà maschio metà femmina sotto il kimono bianco. Occhiali che appaiono e scompaiono intorno ai suoi occhi e capelli in continua metamorfosi, un momento corti, un momento lunghi. Questa forma è stata eletta a psicopompa5 dell’anima-di-mio-nonno. Guardia-del-corpo dopo-la-morte. “Lo Scienziato”: combattente, informatore, mentore, narratore, piccolo infodumper adhder che aspetta il neomorto nonno nel regno dei morti e lo guida nella serie di prove. Queste forme vengono evocate dall’urto della coda di una lucertola con quelle medaglie che iniziano a suonare come dei sonagli. La melodia non è iniziata così perché la melodia è eterna, era solo passata un’infinità tra suono e silenzio, una coda e l’altra.

La forma che sbircio con l’occhio della fantasia che cos’è? È la realtà a diventare sempre una fantasia che chiamo memoria? O la fantasia materializza sempre la realtà attraverso la profezia, la magia, la pazzia? Insomma, questa fantasia cos’è? Lo spazio e il tempo della fantasia cosa sono? L’immaginazione è un’azione e la fantasia è il luogo dove avviene? Queste e altre domande interessanti animavano l’interregno discorsivo medievale e rinascimentale prima della salita al trono della Ragione. Prima della Scoperta di tutto6. Prima che ogni territorio si deprimesse sotto la mappa. Io dico. Un po’ di Fantasia. Per dio. L’unica unità di misura della salute di una nazione dovrebbe essere la fantasia dei suoi bambini e basterebbe questo a far saltare in aria ogni nazione.

Io posso guardare il sole in faccia senza accecarmi. Comunicarci per lunghe ore e conoscere i veri nomi di tutte le piante. Lasciarmi morire di fame come animale e risorgere come vegetale. Vegetare fino alla morte e risorgere come animale. Posso riflettere i suoi raggi e dare fuoco a queste fotografie e ai miei documenti solo con i miei occhi. Benedetti siano i miei roghi e i vostri. Anche questo blog nasce dalla bocca di cenere di un rogo di foto.

  1. La dagherrotipia fu il primo procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini (ancora non riproducibili) ↩︎
  2. The History of Photography: From the Camera Obscura to the Beginning of the Modern Era” Helmut e Alison Gernsheim ↩︎
  3. Mt 27,40 ↩︎
  4. Memoria, magia e mass media ↩︎
  5. Divinità psicopompe sono ad esempio il greco Ermes, l’egiziano Anubi, l’incrocio greco-egizio ellenistico Ermanubi, il latino Mercurio. ↩︎
  6. La “Scoperta” di qualcosa è l’illusione coloniale che qual-cosa abbia una faccia sola. Decolonizza la tua mente ↩︎

“Carlo! Metti le dita così ><sei capace di dire non posso mangiare il riso tenendo le dita così ><? Non><posso><mangiare><il><riso. E allora mangia la merda :)”

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